Le navi di Caligola (37-41 d.C.) – esempio unico di imbarcazioni cerimoniali da parata, dei veri e propri palazzi galleggianti – furono oggetto di depredazioni e maldestri tentativi di recupero fin dal XV secolo e fino alla fine dell'Ottocento. Il primo a tentare di riportali alla superficie fu Leon Battista Alberti nel 1446 su incarico del Cardinale Prospero Colonna; seguirono altri infruttuosi tentativi che fecero emergere dal lago alcuni reperti, soprattutto nel 1895 in occasione delle ricerche dell'antiquario Eliseo Borghi il quale riuscì a recuperare alcuni bronzi decorativi e mise in luce la presenza di due scafi – e non di uno solo, come si credeva fino ad allora – rendendo evidente la necessità di procedere ad un recupero serio.

Il 9 aprile 1927, in un discorso alla Reale Società Romana di Storia Patria, il Capo del Governo Benito Mussolini annunciava la decisione di recuperare le due navi romane sommerse nel lago di Nemi. Dopo secoli di tentativi falliti rivelatisi profondamente dannosi per i cimeli, finalmente lo Stato, anche se con evidenti fini propagandistici, provvide al recupero scientifico e sistematico delle due navi, che poterono essere studiate, conservate e musealizzate.

In seguito alle operazioni di rilievo dei due scafi si propose il parziale prosciugamento del lago per portarli in secco ed eseguire lo scavo senza arrecare ulteriori danni. Ai fini dell'abbassamento del livello delle acque fu stabilito il ripristino funzionale dell'antico emissario degli inizi del V secolo a.C. che portava l'acqua del lago fino al Fosso dell'Incastro ad Ardea. Il progetto fu approvato nel gennaio del 1928 e già nel settembre 1929, raggiunta la profondità di 11,28 metri, il primo scafo era totalmente emerso donando all'impresa una notevole risonanza nazionale ed estera. La nave fu temporaneamente ricoverata all'interno di un hangar messo a disposizione dal Ministero dell'Aeronautica sulla riva settentrionale del lago, a poca distanza dal luogo dove sarebbe poi sorto il Museo. Tuttavia, le cattive condizioni di conservazione della nave e i costi elevati dell'opera portarono nel 1930 ad annunciare l'abbandono del progetto di recupero del secondo scafo che avvenne solo nel 1932, in seguito a nuovi finanziamenti di privati.

Rimaneva l'incessante problema del ricovero e della conservazione dei cimeli che occupò per anni le menti, il tempo e le capacità dei più importanti studiosi italiani dell'epoca; fu così costituito il museo delle navi di Nemi, il primo museo in Italia e forse in Europa pensato e realizzato in funzione del suo contenuto.
L'epilogo della storia delle navi riflette il loro passato millenario di saccheggi e distruzioni: il 31 maggio 1944 il museo fu incendiato e delle navi e di molti reperti che non si erano potuti trasferire in altri luoghi non rimase che cenere. I due scafi con tutto il contesto dei bagli, del fasciame, dell'aposticcio, del rivestimento esterno di lamine di piombo e tessuto di lana, l'asse di timone, l'ancora in legno con il ceppo di piombo, il battello, le due piroghe di età preistorica, un tavolone della palizzata, cioè tutto il materiale che nei giorni precedenti non era stato possibile trasportare in altro luogo, a causa della mole o della fragilità degli elementi costitutivi, era andato distrutto; altri reperti risultarono gravemente danneggiati.

Bibliografia

  • G. Ucelli, Le navi di Nemi, Roma 1950.
  • F. Savelli, Guido Ucelli e le navi di Nemi. Innovazioni nell’approccio alla conservazione e al restauro negli anni Trenta del Novecento. Tesi di laurea triennale in Storia e conservazione del patrimonio storico-artistico, Università degli Studi Roma Tre, a.a. 2004/2005, Rel. Prof. M. Micheli
  • F. Savelli, L’Archivio Guido Ucelli. Indagine su una esemplare vicenda archeologica e conservativa nella prima metà del Novecento. Tesi di laurea specialistica in Storia dell’arte, Università degli Studi Roma Tre, a.a. 2005/2006, Rel. Prof. M. Micheli